
Diventeremo finalmente un “Paese normale”?
A vent’anni dalla fine della guerra fredda, l’Italia è ancora alla ricerca di regole condivise…
Dopo il fallimento della Bicamerale (fine anni Novanta), un dialogo tra D’Alema e Berlusconi è ormai impossibile.
Fini si sta caratterizzando sempre più come l’alternativa a Berlusconi nel centro-destra.
Tra Fini e D’Alema è in corso da diversi mesi un intenso dialogo. Tra i due, c’è sintonia su tutto o quasi, ormai.
Una volta esaurito il ciclo berlusconiano, saranno l’ex fascista e l’ex comunista a chiudere definitivamente la fase della guerra fredda e della guerra civile? Insomma, nel nostro futuro prossimo c’è un governo di solidarietà nazionale Fini-D’Alema per stipulare un nuovo patto costituzionale? Io penso di sì. O, almeno, lo spero.
Giofasan
Si è svegliato!
Occhio, il ministro Brunetta si è svegliato!
Il riposo del guerriero
Lui non dorme: riposa, dopo una lunga giornata di lotta contro i fannulloni.
SERGIO STAINO: VORREI CHE IL “SOLE” FOSSE VISTO E STUDIATO DAI RAGAZZI DI OGGI
Ciao Giovanni, ho visto il Sol dell’avvenire solo pochi giorni fa e l’ho trovato bellissimo. L’avevo perso anche perchè alcuni amici mi avevano detto che era un film molto tenero con le BR, poi, fortunatamente, Lisa Clark mi ha pregato di giudicarlo dopo averlo visto. E mi è scattato l’entusiasmo, avete fatto proprio un bel lavoro, che vorrei tanto fosse visto e studiato dai ragazzi di oggi. Ciao, a presto, Sergio Staino
“PER CHI NON HA PAURA DEL DIALOGO”: GIORGIO BAZZEGA E MARIO FERRANDI LANCIANO UN GRUPPO SU FACEBOOK
Posso dirlo? Lo dico: sono felice. Ho visto realizzarsi un piccolo, grande sogno che credevo ormai impossibile. Mi ha scritto un carissimo amico, Giorgio Bazzega: “Ciao Giovanni, dopo incontri-scontri in vari gruppi inneggianti e no alle br, ho deciso, forse è una follia, di aprire questo gruppo, è sicuramente di livello più basso rispetto ai tuoi blog, ma con l’aiuto di Mario mi piacerebbe a fare una specie di laboratorio tra “diversi”, cosa ne pensi? Passa a fare un giro….
Un grosso abbraccio. Giorgio”
Giorgio è il figlio di Sergio Bazzega, il maresciallo di polizia ucciso dal brigatista rosso Walter Alasia. Mario, mio amico anche lui, è Mario Ferrandi, ex esponente di Prima Linea milanese: una sua fotografia (lo ritrae con il viso coperto da passamontagna, piegato sulle ginocchia, le braccia protese, mentre impugna unaP38) è diventata una delle icone degli anni di piombo. Si sono conosciuti attraverso il mio vecchio blog www.lastorianascosta.com (ora www.giovannifasanella.com), nato con un obiettivo forse un po’ troppo ambizioso e, per certi aspetti, velleitario: valorizzare la cultura del dialogo contro quella dell’odio, per uscire dalla sindrome degli anni di piombo senza cancellarne né la memoria né le responsabilità (individute anzi a 360 gradi). E in effetti, dopo un avvio incoraggiante, tutto si è arenato: avevo sottovalutato le difficoltà che possono insorgere quando si prova a mettere uno di fronte all’altro, senza alcuna mediazione, “vittima” e “carnefice”. Molti si sono tirati indietro (prima alcuni parenti di vittime e poi ex terroristi) ed io ho gettato la spugna nonostante il blog avesse raggiunto e superato in pochi mesi le 400 mila visite. Ho vissuto quell’esperienza come una sconfitta personale.
Questo pensavo fino all’altro ieri, quando ho aperto la mia posta ed ho trovato la mail di Giorgio. Lui e Mario, senza alcuna mediazione, hanno lanciato su facebook il gruppo “Per chi non ha paura del dialogo”. Spiegano: “Questo gruppo vuole essere un punto di incontro per chi pensa di trovarsi su posizioni totalmente opposte ma crede fermamente che ci possa comunque essere un dialogo positivo e costruttivo, sempre nell’ambito del rispetto e della civiltà. Per tutti quanti non hanno paura a confrontarsi con il “diverso” , per chi crede che ascoltare sia importante quanto parlare… insomma per chi crede nel DIALOGO.”
Quando meno me l’aspettavo, quel piccolo seme depositato da lastorianascosta ha dato un frutto. Possiamo farlo crescere, ora.
Storia di un bel film-documentario censurato dalla stupidità del potere
Di
STEFANIA LIMITI
Come si può ricostruire un pezzo della nostra storia recente senza lasciar parlare i protagonisti? Non si può, ed infatti fino ad ora, ma non solo per questa ragione, non ci siamo riusciti. E, a giudicare dalla sorte toccata a Il sol dell’avvenire, il bel film-documento ideato, scritto e realizzato da Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, la strada è ancora lunga.
Presentato come evento speciale al Festival del cinema di Locarno nell’agosto 2008, il documento, prodotto dalla Blue Film, è stato letteralmente fatto fuori dalla distribuzione nelle sale cinematografiche dopo un editto del ministro della Cultura Sandro Bondi: secondo lui, il film “offende la memoria delle vittime del terrorismo”. Bondi è andato giù duro con una campagna di censura preventiva - “fuori posto, fuori luogo e perfino pericolosa”, come disse subito Beppe Giulietti di Articolo 21 - il cui primo risultato sono stati i lunghi e continui applausi del pubblico che ha assistito alla prima proiezione del film a Locarno. Poi l’ostracismo ha alzato il muro, ed infatti la distribuzione nelle sale è sfumata via, nonostante fosse tutto previsto e concordato. Il CdA dell’Istituto Luce, nel quale c’è anche un amico del ministro Bondi, Pasquale Squitieri molla la diffusione del film ritenuto troppo “filo brigatista”.
Tuttavia, come sempre avviene, la censura ha incrociato anche i suoi anticorpi, quelli sparsi nella società, tanto che oggi è possibile comperare il Dvd insieme al libro che spiega la genesi di questa esperienza grazie ad una casa editrice libera che si è affermata in poco tempo nella pubblicazione di inchieste, Chiarelettere.
L’idea del film - nato dal libro Che cosa sono le Br, firmato da Fasanella e l’ex brigatista Alberto Franceschini (Bur Rizzoli) – è semplice ed estremamente efficace e diretta: mettere insieme attorno ad un tavolo imbandito di una storica trattoria di Costaferrata (dove l’ostessa è la stessa di sempre) alcuni compagni della rossissima Reggio Emilia del 1969, Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene, che di lì a poco sarebbero diventati brigatisti, e Paolo Rozzi e Annibale Viappiani, che non aderirono alle Brigate Rosse e che oggi sono impegnati il primo nel Partito Democratico, il secondo nel sindacato - e lasciare ai loro ricordi e ai loro punti di vista, quelli di allora e quelli di oggi, la ricostruzione di come e perché è nato il terrorismo rosso.
Nessuna nostalgia, né auto celebrazione o trasfigurazione di un passato: né gli autori, né i protagonisti, a giudicare dalla loro autenticità, avrebbero perso tempo in una operazione ridicola ed inutile.
Quel gruppo di ragazzi nel 1969 abbandonò la Federazione giovanile comunista – raccontano - per dar vita, insieme ad altri coetanei di provenienza anarchica, socialista, cattolica, all’esperienza dell’Appartamento, una comune sessantottina che guardava al futuro pensando di poter realizzare la rivoluzione, riscattando il tradimento degli ideali partigiani e antifascisti dei loro padri e nonni durante e dopo la seconda guerra mondiale.
Sappiamo bene che non erano soli: quell’aspirazione segnò generazioni che la elaborarono in modi diversissimi. Ed infatti, da quella esperienza dell’Appartamento, di lì a due anni, usciranno alcuni dei primi protagonisti delle Brigate Rosse: Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Renato Azzolini.
Accanto al racconto dei cinque, ci sono anche due testimoni molto particolari che in vario modo e a vario titolo parteciparono alla esperienza dell’Appartamento: Corrado Corghi, ex dirigente della Democrazia Cristiana ed esponente del cattolicesimo del dissenso, e Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli comunisti trucidati dai nazifascisti nel ’43 – a dimostrazione della varietà di culture e radici che si incontrarono in quel luogo.
Il prodotto della narrazione è un documento equilibrato, che lascia trasparire il dolore accanto all’ironia, ricco di spunti di riflessione, soprattutto sul rapporto tra il Pci e le aree delle contestazione. Alberto Franceschini ricorda che furono espulsi dal partito perché parteciparono alla manifestazione contro le basi Nato: il Pci del dopo guerra non rappresentava ‘una alternativa di sistema’ e l’esperienza dell’Appartamento raccolse le spinte antagoniste molto forti allora nella società. E non fu solo un fatto locale: proprio la stessa cosa avvenne in tantissimi altri ideali ‘appartamenti’ sparsi in tutto il paese all’interno dei quali, dal ’68 in poi, si consumò la frattura tra il Pci e una parte della società che guardò altrove, certamente non solo alla clandestinità armata.
Il sol dell’avvenire non è un film-inchiesta, non racconta cosa fecero le Br – ma non dimentica, nella conclusione, di ricordane le vittime.
Gli autori non hanno questa pretesa perché la loro scelta ha una natura diversa, quella di ricostruire l’origine dell’esperienza emiliana delle Br che segna la fase ‘insurrezionale’ dell’organizzazione, assai diversa, per soggetti e modalità da quella ‘cospirativa’ che caratterizzerà poi il percorso successivo del terrorismo brigatista.
Contestualizzare quell’esperienza è un passo irrinunciabile per chi ha interesse a capirla e in tutto questo non c’è nulla di indicibile, se non ciò che vuole essere censurato perché ingombrante. Al di là delle critiche più strumentali e di bassa cucina, questo tentativo di rimozione è sorprendente e dannosissimo: perché nel calderone dell’indicibile c’è finito tutto, dalle stragi di stato, alle connivenze tra servizi segreti ed eversione nera.
Il sol dell’avvenire è in definitiva un tentativo, ben riuscito, di usare la cinepresa per rivedere in presa diretta pezzi della nostra storia, è un contributo alla sua comprensione ben maggiore di quello che può dare una pellicola, ad esempio, come Buongiono Notte! dove alla realtà si sostituisce la sola e pura, arbitraria finzione.
E in tutto questo non c’è nulla che possa offendere la memoria delle vittime: Sabina Rossa, figlia del sindacalista ucciso dalle Br nel 1979, ha avuto parole di solidarietà e stima per Fasanella e Pannone, e, soprattutto, si dice convinta “che non si possa chiedere agli ex terroristi il silenzio come pena accessoria. Il punto semmai e’ capire quale contributo di verità storica possa portare il loro intervento”.
Il Sessantotto molto privato di FEDERICO FUORTES in un libro di foto e miniracconti autobiografici ambientati nel Salento, con prefazione di EDOARDO WINSPEARE e introduzione di GIOVANNI FASANELLA

Tre rifiuti
Andavamo spesso a fare delle visite, anche se quasi tutti i nostri conoscenti abitavano al primo piano dei loro palazzi e la nonna – azzoppatasi in giovane età per una caduta da cavallo, ma, a differenza del povero Fulmine, non pietosamente abbattuta – riteneva, con l’avanzare degli anni e dei chili, fosse troppo duro calle lo scender e il salir per l’altrui scale.
Le visite, per ciò che riguardava la nonna, si svolgevano, quindi, all’interno della macchina, parcheggiata nel cortile del palazzo degli ospitanti, e in quelle lamiere – gelide o infuocate che fossero – dovevano accomodarsi la padrona di casa e, a turno, gli altri fortunati componenti le famiglie che andavamo a trovare. Solo la consuocera della nonna, donna di gran temperamento oltre che di rara bellezza, rifiutava di sottomettersi a questa penitenza e la costringeva ai quarantadue gradini che portavano ai suoi appartamenti, dotati peraltro di caldissimi termosifoni. Le altre signore si assoggettavano a scendere e a passare lunghe ore nella macchina dell’augusta visitatrice.
Il momento più imbarazzante era quando la nonna, spinta da un impulso fisiologico, chiedeva alle sue ospiti qualche momento di intimità. A questo punto, dalla cappelliera posta dietro al sedile posteriore della macchina veniva estratto il regio pitale che, alla fine delle operazioni, dovevo svuotare in uno degli scoli del cortile. Quando lo strumento era riposto nella sua custodia, la visita riprendeva come se nulla fosse accaduto.
Le visite erano assai articolate. Mio padre si intratteneva con il padrone di casa; Mamma, a turno, con la padrona, le eventuali cognate e le onnipresenti amiche (a quei tempi nessuno se ne stava a casa sua); noi bambini con i figli più grandi o con le cameriere o, da soli, nei giardini.
Avevo delle ferree regole d’ingaggio nei confronti dei dolcetti di pasta di mandorle che, immancabilmente, mi venivano offerti: dovevo rifiutare per tre volte prima di accettare e, dopo aver mangiato il primo, rifiutare ad oltranza, a prezzo della vita, ogni successiva profferta. Nel lessico familiare, queste regole di ingaggio venivano chiamate “le cerimonie”.
Ci misi poco ad accorgermi che, se è vero che “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”, è ancor più vero che quando un bambino che deve rifiutare tre volte incontra un vassoio di dolci che, dopo il terzo rifiuto, viene messo da parte, quello con i tre rifiuti è un bambino infelice.
Cercai disperatamente di negoziare regole d’ingaggio un po’ meno cerimoniose, ma la nonna fu inflessibile: «Non vorrai che ci prendano per maleducati!».
Non volevo, no che non lo volevo: volevo solo un paio di dolcetti, io.
Miracolosamente salvi
Una sorella della nonna, la zia Ires, aveva sposato Adalberto Roboante, Barone di Calatafati, Massavecchia e Zanca. Un fratello della nonna aveva sposato la sorella del Barone (la zia Vanda, di cui ho già detto): in famiglia non si lasciavano mai le cose a metà.
La zia Ires, poi rimasta vedova, aveva tre figlie, che noi chiamavamo “le Baronessette”: due nubili e una sposata a un nobiluomo lontano parente di Mamma. Tutto questo per presentare i personaggi di un viaggio che per poco non finì in tragedia.
Le tre Baronessette (quella sposata accompagnata dal marito e dal cognato) portarono la zia Ires a Lourdes. Non avevano grazie da invocare, a parte – naturalmente – quella della salvezza delle loro anime e di quelle di tutti i loro cari, viventi o defunti che fossero. La loro salute, compresa quella della zia Ires, era – ringraziando Iddio – più che soddisfacente, ma, se un viaggio doveva farsi, Lourdes era meta più consona al loro stile di vita rispetto a Montecarlo o ad Acapulco. Quanto alla sanità, l’argomento, pur non privo di un certo interesse, ci porterebbe troppo lontano.
Giunti a Lourdes si trovarono al centro di una plebea, malaticcia e sudata calca, fitta al punto che la zia Ires, non altissima per vero, non riusciva vedere il sacerdote che celebrava la Messa accanto alla grotta della Madonnina. I due uomini, dopo un’occhiata d’intesa, fecero la “seggiteddha” e sulle loro mani intrecciate fecero sedere la zia Ires, che venne issata fino all’altezza delle spalle dei baldi giovani.
Il genero, fiero dell’idea, chiese a gran voce: «Mammà, ci vedete adesso?». La zia Ires, grata ad entrambi, rispose a voce ancor più alta: «Si, figli miei! Finalmente ci vedo! Vedo benissimo!»
Un urlo proruppe dall’ignara folla: «Miracolo!». E mentre l’urlo dilagava per la vallata, la zia Ires e tutta la sua famiglia si ritrovarono per terra, travolti dalla folla che voleva toccare la miracolata e accaparrarsi un brandello dei suoi abiti. Pesti, laceri, derubati di portafogli e borsette, i malconci pellegrini furono soccorsi da volonterose crocerossine, caricati sul Treno Bianco e riportati nella loro città.
La zia Ires non ci vedeva più tanto bene: nella calca i suoi occhiali erano andati in frantumi.
25 aprile, “Il sol dell’avvenire” e la Resistenza tradita: intervista a Giovanni Fasanella Pubblicato da Eleonora Bianchini, Blogosfere Staff
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25 aprile, giorno della Liberazione. Una data spartiacque per la storia d’Italia che, oltre alla fine della dittatura di Mussolini, rimanda alla Resistenza partigiana, per alcuni tradita dalla mancata rivoluzione: fu questo uno dei fondamenti ideali per la costituzione delle Brigate Rosse, nate in seno al Pci per ribellarsi a un partito incapace di realizzare quelle 10, 100, 1000 Vietnam profetizzate da Che Guevara. E così nel 1969, in un palazzo nel centro di Reggio Emilia, si formò un gruppo di giovani guidato da Alberto Franceschini che poi si unirà a Renato Curcio e Margherita Cagol. Nell’Appartamento si riunivano sandinisti, quarti internazionalisti, anarchici, comunisti e marxisti tutti accomunati dal sogno rivoluzionario.
Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone raccontano quegli anni ne “Il sol dell’avvenire” (Chiarelettere, cofanetto libro + DVD, euro 19.60): nel ristorante “Da Gianni” a Costaferrata in provincia di Reggio Emilia, dove nel 1970 si svolse il primo vero Congresso delle Br, si ritrovano nel 2007 dopo quasi 40 anni Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene (tra i più duri brigatisti rossi con Prospero Gallinari e Renato Azzolini che hanno scontato la pena e ora sono in libertà), Paolo Rozzi e Annibale Viappiani (che negli anni caldi scelsero invece di rimanere nel Partito comunista). Una testimonianza che fa luce sull’autentica genesi del movimento, l’oscurantismo del PCI del dopoguerra, il dolore intimo di chi imbracciò le armi per la Resistenza e il relativo desiderio di riscatto. Un film incalzante aldilà degli steccati ideologici e nonostante la stroncatura preventiva del Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Giovanni Fasanella.
Come è andato quel pranzo a Costaferrata?
Non è stato facile farli incontrare, riportarli sul luogo del delitto, riunirli intorno a un tavolo e convincerli a parlare della loro esperienza. L’idea che si sia trattato di allegro amarcord è del tutto sbagliata: a dispetto delle apparenze, hanno un rapporto complicato con la loro storia, che vivono come una tragedia immane. Sono consapevoli non solo di aver contribuito a distruggere le vite altrui, ma anche le proprie.
Al pranzo c’erano Franceschini, Paroli e Ognibene, che hanno abbracciato la lotta armata e scontato anni di carcere, e Rozzi e Viappiani che scelsero invece di rimanere nel Pci. Ci sono stati contrasti o tensioni inaspettate?
Le tensioni, sotterranee, ci sono state, ma tra Franceschini e Paroli: due modi diversi di leggere la storia delle Brigate Rosse. Per Franceschini è una storia totalmente sbagliata, sin dalle premesse. Per Paroli, invece, le premesse erano giuste.

Il Pci ha sempre rifiutato la paternità delle Brigate Rosse, quei figli “sfuggiti” al processo democratico condiviso anche dal Congresso di Bologna, quando venne eletto segretario Enrico Berlinguer. Manca ancora una ammissione di responsabilità?
Il Pci sapeva sin dall’inizio che le Brigate rosse erano rosse, il frutto perverso di un’ideologia violenta della sinistra marxista-leninista. Ma lo ha ammesso soltanto dopo molto tempo, nel 1977: sette anni dopo la nascita delle Br! E comunque, l’analisi si fermò lì, mentre sarebbe stato necessario bonificare a fondo il terreno, sradicare del tutto la radice politico-ideologica del terrorismo. Non dimentichiamo che, ancora di recente, Massimo D’Alema ha negato ogni legame fra il terrorismo e la tradizione comunista.
Il desiderio di rivoluzione, spiega Franceschini, è figlio di una Resistenza tradita, specie dopo la sparatoria a Reggio Emilia del 1960, quando l’Msi appoggiò il governo Tambroni. Gli ex partigiani avevano ancora in serbo le armi e aspettavano ordini dal Pci. Quindi, ben prima della nascita dell’Appartamento e delle Br, il partito sapeva. Cosa fece in tutti quegli anni, dal ‘60 agli anni di Piombo?
Il Pci sapeva, ha sempre saputo sin dall’inizio. Ma ha tollerato a lungo, convinto di poter contenere il “mostro” che si stava formando dentro di sé. Ma la situazione, a un certo punto, gli è sfuggita di mano.
Nel libro parli dell’incontro mancato tra Corghi e Fraceschini in una chiesa di Reggio Emilia, visto che la Curia si rifiutò di dare il permesso. C’è ancora qualcosa di indicibile per la Chiesa?
Sì, il legame che una parte della chiesa latinoamericana e quella del dissenso italiana hanno avuto con i movimenti di guerriglia. Anche una parte della cultura cattolica rimase affascinata dalle idee “giustizialiste” dei guerriglieri sudamericani, a cui si ispiravano le prime Br. Ma il nervo scoperto della Chiesa è soprattutto il suo ruolo durante il caso Moro: lì, non tutta la verità è emersa.
Paroli rifiuta l’etichetta di terrorista, ma ammette crimini e delitto politico. Intorno a quel tavolo, questa distinzione era condivisa anche dagli altri quattro? Paolo Rozzi sembrava imbarazzato.
No, in alcun modo. L’imbarazzo che hai colto sul volto di Rozzi lo si poteva leggere anche sui visi di tutti gli altri commensali. Se c’è una critica che posso fare al nostro lavoro, è proprio quella di non essere riusciti a far emergere fino in fondo questo conflitto tra loro. Ma non era facile: dopo l’esplosione di pianto di Paroli, tutti si sono di nuovo chiusi a riccio.
Credi che alla fine i 5 siano stati delusi di non aver fatto la rivoluzione? C’è un retrogusto amaro, un senso di colpa o di fallimento che incombe sul loro operato politico?
Non credo proprio. E lo dicono anche con molta chiarezza. Per esempio quando affermano che se avessero vinto le Brigate rosse, “Pol Pot gli avrebbe fatto un baffo”. E comunque, loro, i tre ex brigatisti testimoni del film, “sarebbero passati subito all’opposizione”.
Alla fine come si sono salutati?
Con molta tristezza, con la sensazione che le ferite si erano riaperte. Ma penso che sia stato salutare anche per loro cominciare a guardarsi dentro.

Se il Pci ha taciuto per tanti anni, anche l’Italia di oggi fatica a scavare nel passato. La prova è la censura preventiva del film da parte della politica a partire dal Ministro Sandro Bondi. Hanno inciso i suoi trascorsi comunisti?
Probabilmente sì. Bondi evidentemente, come tutte le persone che si vergognano della propria storia, tende a coprire. Anch’io arrivo da quell’esperienza: sono stato comunista (italiano e berlingueriano, aggiungo sempre con una punta di orgoglio) e non me ne vergogno. Per questo non ho paura di aprire gli armadi, perché so che dentro quella storia c’erano anche molte cose buone che vorrei salvare.
Perché la politica insiste nella censura preventiva ed evita la comprensione del fenomeno?
Coda di paglia, cattiva coscienza, paura di vedere onorate carriere andare in fumo. E’ lo stesso problema della cultura italiana. Non hanno molta voglia di parlare di quel passato per evitare di guardare anche dentro le proprie storie personali.
IL FESTIVAL DEL GIORNALISMO DI CHIARELETTERE, MARSALA 8-9-10 MAGGIO

