di Vincenzo Andraous
Tutor Comunità “Casa Del Giovane” di Pavia
Sono stato invitato a presentare un libro scritto da alcuni detenuti e redatto da due docenti dell’Istituto Superiore Volta con sede nella casa Circondariale di Pavia.
Con molto entusiasmo mi sono recato sulla prestigiosa casa galleggiante dell’Associazione Vogatori pavesi, adagiata sul letto del fiume Ticino.
“Evasioni Letterarie, pagine nate nella notte, dentro un carcere”, edito da O.M.P. è un bel volume davvero, a partire dalla prefazione di Mino Milani, elogio alla semplicità, alla normalità, alla possibilità di dire sottovoce i significati delle parole, i contenuti del cuore, che spesso crocifiggiamo a luoghi comuni, stereotipi, chiacchiericci, per non dare voce alla coscienza che bussa e non la smette.
Un libro che non causa alcun danno collaterale, si nota subito la mano di bravi architetti, che hanno saputo mettere insieme differenze, diversità, bisogni, desideri, ma con garbo e intelligenza sono riusciti a dare ritmo a una danza che ha coinvolto dapprima gli autori, come ora accade ai lettori.
Io, che di carcere ho una lunghissima conoscenza, qualche libro l’ho letto, e qualcuno l’ho pure scritto, so che c’è sempre il pericolo di scadere in una autorappresentazione, in una arrampicata al delirio di onnipotenza, oppure in una discesa al delirio di commiserazione, e non so quale delle due condizioni sia peggiore.
In queste pagine tutto ciò non ha contaminato una sola riga, anzi emerge il coraggio dell’uomo capace di essere forte al punto giusto per riuscire a chiedere aiuto, per tentare di alzarsi e riconquistare la propria dignità, mantenerla e custodirla.
Questo libro è importante proprio perché sottolinea il valore della dignità, ritrovata nella consapevolezza che per arrivarci occorre partire dal rispetto di una doverosa esigenza di giustizia da parte di chi il male l’ha ricevuto, da qui la scoperta e la necessità di nuove opportunità di riscatto, di quella nuova punteggiatura che traspare da queste storie.
Una riga dopo l’altra nella verità che assale l’uomo, la persona, una verità che fa bene a chi sconta la propria pena e allo spazio in cui è detenuto il dolore e la sofferenza, perchè in una cella non esistono eroi, né personaggi vincenti, al contrario sopravvivono solamente uomini sconfitti.
“Evasioni Letterarie” non parla solamente di un dolore insonorizzato, l’uomo recluso racconta, si racconta, ci racconta, e la storia altro non è se non il testimone responsabile a metterci sull’avviso di come l’errore e la cecità più ottusa, rimangono in agguato dietro l’angolo, all’imbocco del vicolo cieco.
Queste pagine accorciano le distanze dal nodo slegato, da quell’opposizione polare dove non c’è arrivabilità né abitabilità tra opposto e contrario, invece è possibile trasformare, modificare, cambiare a inverso diritto l’im/possibile, l’in/cancellabile, l’im/perdonabile.
Rammento un altro libro dal titolo emblematico “Riconciliazione o vendetta”, opposti sideralmente distanti, da una parte il tentativo di rimettere insieme qualcosa che è andato in frantumi, facendolo su basi differenti, dall’altra il prezzo da offrire per un riscatto.
Due contrari apparentemente inconciliabili, che però necessitano di un equilibrio, e l’autore di quel volume lo ha ben ha definito: equilibrio della rendicontazione, nei 35 anni di carcere scontati, nel dare un senso a ciò che ancora rimane, per tentare di ritrovare e ricostruire se stessi.
In questo contenitore di esperienze ben accompagnate dalle parole più semplici, è possibile osservare il passato che legge alle spalle di questi uomini-autori, obbligandoli a ripercorrere i detriti, le macerie, una sorta di umile dignità nel fuoriuscire dal convenzionale che definisce il diverso, in questo caso il detenuto, ricercando nel valore del rispetto la meta da raggiungere, quale prima forma educativa dell’essere umano, per quella auspicata ricomposizione di ogni frattura sociale.
Rispetto che non potrà mai essere insegnato attraverso un gessetto e una lavagna, una nozione elargita dal più bravo docente, o dal tormento di una cella e dall’isolamento, ci aiutano in questo impegno le persone che hanno sbagliato ma stanno tentando di riparare, ribadendo che il rispetto si apprende con l’esempio di riferimenti autorevoli, che non hanno paura di sporcarsi le mani per sradicarci dal baratro in cui siamo caduti, dalla fossa che spesso costruiamo a nostra misura.
La formula era sempre la stessa, “sindrome ansioso-depressiva”. I certificati medici piovevano uno dopo l’altro, rendendo impossibile la composizione della giuria popolare. Nessuno voleva farne parte, la paura era più forte di tutto. Davanti agli omicidi e alle intimidazioni i cittadini facevano un passo indietro e il processo non si riusciva a fare. Nel “Sorteggio”, il film che Giacomo Campiotti inizia a girare domani a Torino, c’è il racconto di una delle fasi più buie della storia della nostra Repubblica.
In mezzo c’è la storia del film, firmata dal giornalista e scrittore Giovanni Fasanella (la sceneggiatura ha avuto la menzione speciale al Premio Solinas) che quel periodo l’ha vissuto in prima linea: “Gli anni di piombo sono sempre stati raccontati o dalla prospettiva delle vittime oppure da quella dei terroristi, ma in mezzo c’era un’immensa zona grigia, la gente comune che assisteva agli eventi. Per me quel periodo fu particolarmente traumatico, ero croniosta all’”Unità”, mi occupavo di terrorismo e, dopo aver scritto dei primi due ammazzamenti, mi ritrovai nel mirino delle Br. Ricordo quel clima, ho visto lo Stato squagliarsi, ho visto tanti disertare e non avere nemmeno il coraggio della paura”.
Il regista Campiotti, nato a Varese nel 1957, studente a Bologna negli anni del film, dice che “Il sorteggio” è un film sull’oggi, anche se si svolge allora. Mi ha interessato perché parla di educazione civica, del rapporto tra individuo e comunità, temi importanti in un momento come questo, in cui la distanza tra cittadino e Stato è drammaticamente aumentata”.
l’11 giugno di 25 anni fa moriva Enrico Berlinguer, il leader illuminato che spinse il Pci oltre la tradizione comunista e filosovietica. Ora rimossa, ora ripescata dalla memoria, a seconda delle convenienze propagandistiche del momento, la sua figura non è mai stata storicizzata. E così si è persa, dopo il crollo del Muro di Berlino, anche l’ultima grande occasione per un bilancio critico dell’intera esperienza del “comunismo italiano”, con le sue luci e le sue ombre. Una delle cause della crisi della sinistra è proprio l’incapacità dei leader post comunisti di fare i conti con la storia da cui provengono.
Debora Serracchiani o Pierluigi Bersani? Io dico: Debora! Ha carisma. Irrompe con la forza di un ciclone nei giochi delle nomenklature: le farà saltare. E porterà un’ondata di aria fresca nelle stanze ammuffite del Pd.
“1. Ma vi sembra normale che solo agli italiani non faccia effetto essere governati da chi condiziona il loro immaginario attraverso le televisioni?
28 maggio 1974. Piazza della Loggia, Brescia…Tanti morti e feriti…


Ho visto Ballarò, ieri sera. Mi dispiace per l’aggressione subita da Ezio Mauro da parte del ministro Sandro Bondi (mia vecchia conoscenza, osannato da Eugenio Scalfari in quel di Cortina, dopo l’editto contro il “sol dell’avvenire”). Il direttore di Repubblica ha la mia solidarietà. Ma a Dario Franceschini, sprezzante verso Panorama, ricordo che un ex direttore del settimale “dipendente di Berlusconi” è stato fino all’ultimo secondo il candidato Pd per la presidenza Rai…
Ester Cohen, un’amica di facebook, commentando il mio post su “letto e potere”, scrive:
Cara Ester, 